giovedì 31 marzo 2011

Hussein



Hussein ha un sorriso unico al mondo, che non ha eguali e, come se non bastasse, non può impedirsi di mostrarlo. Non importa quanto sia stanco, quanto lavoro ci sia da fare, quanto presto dovrà svegliarsi il giorno dopo per la scuola nè quanto Claudio urli: Hussein se la ride, ed è meravigliosamente contagioso. È pura gioia, buono fino al midollo, molto più di quanto non vorrebbe. Hussein è una di quelle persone il pensiero della cui sofferenza è semplicemente inconcepibile.
Hussein, che a 12 anni, sentendo gli spari provenire dalle parti di casa, ha lasciato di corsa la scuola (durante la Guerra si va a scuola) per andare a controllare che tutti i suoi stessero bene.
Ha attraversato la strada correndo tra il fuoco incrociato delle due fazioni, si è preso una balle perdue in una gamba – “pammmm!” dice lui nel raccontarlo e, anche adesso che abbassa gli occhi e la voce, non può impedirsi di sorridere, minimizzare.. Hussein si è risvegliato sul ponte che divide la città dai quartieri, ce lo avevano portato, svenuto, I ribelli. Lì qualcuno si è occupato di lui. Il colpo per fortuna non ha fatto gran danno: oggi resta solo una brutta cicatrice sullo stinco destro.

Non so chi devo ringraziare, ma ringrazio, fervidamente, come in preghiera: dopo aver conosciuto quel sorriso, un mondo che ne fosse privo mi apparirebbe irrimediabilmente storto, fuori centro. E capisco Claudio e il suo bisogno di averli tutti sempre sott’occhio: quanto storto è, già così, il suo mondo.....

mercoledì 30 marzo 2011

le cose che mi mancano

libertà e aria
camminare a caso, da sola
la mia casetta
stare in pigiama - sentirmi a casa
stare in silenzio accanto a qualcuno
internet
internet
internet
i miei vestiti
il cinema
l'assenza di dolci
i musei
stereomood
la mia estetista
un paio di forbici
il lusso di passare inosservata
lo shopping
una mensola
tempo libero
viaggiare
poter fotografare quello che voglio
rossetto e smalto e possibilità di metterli
l'ikea - ebbene si
una cavigliera
mangiare giapponese
fare la spesa e cucinare
mangiar fuori
......

Dio

(Thanks Mari)
Dio in Africa è un dato di fatto, irrinunciabile come la pioggia, inquestionabile come la famiglia. Dio, n’import le quel, purchè ce ne sia uno. E già qui fortissimamente si scontra la nostra “ragione” e il loro vivere: che Dio sia al di là di ogni ragione, che non sia materia di dimostrazione (non ultima, non necessaria, quantomeno) è un assurdo in termini, è un inconceivable puro e semplice. C’è: quali altri argomenti, quali prove? Un ateo è un difetto della natura, un cieco, con buona pace ai Lumi.
Una civiltà dell’immanenza, oltre e a dispetto di qualsiasi indottrinamento cattolico, di qualsiasi catechismo. Il Dio africano è partout, impiccione e ubiquo, al lavoro 24/24, continuamente tirato in ballo. Altri occhi per vedere, occhi pronti al miracolo, abituatici anzi, e alla magia (sono le suore locali a trovarne prova convalidante fino nelle scritture, oltre che, bien sur, nel senso comune – comune a loro). E un’altra ragione, una ragione che non si scandalizza, una ragione che non conosce assurdi se non forse la logica, una ragione accogliente e spaziosa, che trova un posto per tutto, che moltiplica i fenomeni, le ragioni e gli enti piuttosto che sussumerli sotto poche, economiche leggi. Un mondo straripante, votato al rigoglio e alla moltiplicazione colonizzato da un impero di semplicità causale diretta a un fine, dall’Economia – il concetto più estraneo, il diametralmente opposto, l’Altro dell’Africa. Decisamente, qui, il percorso più breve tra due punti NON è la linea retta, anzi: la linea retta probabilmente non esiste e se esiste porta all’impasse. Parlare di filosofia in questo contesto è un’esperienza che ha dell’assurdo. Comporta confrontarsi con una ragione ibrida, cresciuta in Africa dalle scuole francesi (dalla padella nella brace), votata a civilizzarsi (ahimè, parole loro), intrisa di culto della scienza e della tecnica, completamente dimentica di un sapere gratuito. È qui che scopro il legame profondo tra l’economico e il gratuito, non il rapporto tra la scienza dei prezzi e la loro assenza, ma quello tra la linea retta - il mezzo adeguato e diretto al fine – e il bighellonare senza mèta: in Africa niente è gratuito (dura esperienza quotidiana) e niente va perso perché il caso non esiste e un destino magico inviluppa ogni gesto, ogni svolta e tornante, intridendolo di valenza, senso e scopo, rendendolo causa occulta e conseguenza imponderabile, inscrivendolo in un tracciato di forze in cui l’uomo è irrimediabilmente, originariamente preso (perso?), parte giocata o parte costituente molto più, molto prima e molto più originariamente che soggetto. Soggetto è chi può compiere un’azione gratuita, chi può avere scopo e sceglie di non averlo. Qui, Dio è l’unico Soggetto.

sabato 5 marzo 2011

8 - public

Public...

Non mi sento molto ispirata, ma mi chiedete notizie e improvviso.. la verità vera é che gli stimoli già cominciano a mancare e l’irregimentazione del tutto pesa, almeno su di me. Non é che ho dubbi sulla mia capacità di affrontarla, mi chiedo solo se ci stia guadagnando a sufficienza. 
ci sono stati in ogni caso dei momenti imperdibili in queste settimane senza notizie. Uno per tutti Lario che balla con tutti gli uomini di una pista da ballo. Qui é normale, mi dicono mentre rido a crepapelle. Lo so, no problem, hanno pure ragione: ballare é ballare, divertimento puro e zero doppi sensi o seconde intenzioni o cosa. Ma hanno un bel dirmi che é normale, io guardo Lario e non riesco a non ridere: per voi é normale, ripeto, ma per lui no! Uno spettacolo.. e uno spettacolo anche migliore gli altri ballerini..!! gran bella serata. 
E gran bel pomeriggio il successivo, al lago con un esercito di ragazzi a farci da baby sitter, tutti quelli che girano per l’ufficio. Lario guida e se la cava benissimo (chissà io!!), il lago é splendido e per quando arriviamo le nuvole si dissipano del tutto lasciando il posto a uno sole perfetto. E io – fava – che non ho portato il costume.. tergiverso 5 sec ma dopo che vedo Lario e Hussein a guazzo non resisto e mi butto. Mutande bianche, ovviamente: un genio. Quando, dopo un tempo infinito in cui gioco con Hussein che ha paura dei coccodrilli e non vuole allontanarsi dalla riva (chiamalo scemo!) e con Lario che non riesce a scollarsi di dosso un bimbetto pestifero (ma dove sono i genitori??), decido di uscire, Lario al solito non é di nessun aiuto.. per fortuna mi viene in mente che ho lo scialle nello zaino per cui me ne approprio en vitesse e mi ci arrotolo dentro, visto che ho avuto la brillante idea di mezzare anche la camicia - bianca anche lei – e non c’é verso che i fuseaux mi entrino se prima non mi asciugo. Inutile dire che mi sento come una balena bianca fuor d’acqua, vagamente in imbarazzo. Ma questo é nulla, finché non mi giro a sinistra e non mi accorgo del pubblico: c’é un bar su una palafitta e lungo la ringhiera della scala un’infilata di locali comodamente appoggiati si gode lo spettacolo.. che-ridere.
Poi sosta al confine col congo, in uno di questi “baretti” costituiti da verandine in legno ciascuna col suo tavolo sotto. Compriamo le uova sode a bambini tutti occhi e aspettiamo le nostre brochette, birra alla mano - questa si’ che é vita. Sono meno dure che a Bugarama, ma anche queste si difendono: per ora buone come quelle che ci serve Patrice non c’é verso di comprarne. Mentre siamo li’ a bere e chiacchierare entra la vecchia più vecchia che abbia mai visto (e che probabilmente é più giovane di mia madre): minuscola, tutta rughe, appoggiata al suo bastone e con un sorriso dolce e timido del tutto senza denti. Non so se parla pianissimo – come tutti qui – o se non parla proprio, in ogni caso Florist le passa una delle nostre coca cola e lei sorride e ringrazia con la testa, prima di inginocchiarsi laboriosamente in un angolo in assoluta e muta concentrazione. Lario pensa che benedica la bottiglia, io mi dico che forse rende grazie. finalmente beve, piano e composta. I ragazzi scherzano e si fanno foto con la mia macchina, io e Lario contempliamo la scena affascinati, cercando di non mostrare in modo troppo evidente quanto ci abbia toccato. Una volta finito di bere si rialza appoggiandosi al bastone e risponde ai nostri sorrisi con un’infinità di cenni con la testa e i palmi alzati. Chiaramente arriviamo in ritardo per cena, di ben 10 min che pesano come piombo sulla tavolata, tra il mutismo e l’ilarità repressa. Non ce li lascerà più, pensiamo io e Lario, prima di ragionare che siamo noi che siamo stati affidati a loro, a questa banda di ragazzini, e non viceversa. 
Finché Patrick non riesce, tagliando la carne, ad imprimere al piatto un movimento rotatorio che porta i pisellini e il pomodoro a sparpagliarsi su tutto il pavimento insieme ai cocci, facendo prima tappa sulla sua camicia rosa delle grandi occasioni (hanno un compleanno, loro, dopo..). Mi prende a ridere come succedeva solo da piccini, con le lacrime che scendono e le convulsioni che non si possono femare, con Lario accanto a me tutto rosso che cerca di trattenersi, Hussein che se la ride all’altro capo del tavolo ogni volta che vede che cerco di ricompormi e Eric, che ha capito l’imbarazzo di ¨Patrick e non vuole ferirlo, che fugge in cucina piegato in due. Bref, mi ricompongo, pulisco, cerco di calmare Patrick, gli portiamo un piatto nuovo. Lui non si muove, non si fa pulire, non scansa la sedia. Ricominciamo a mangiare come se nulla fosse e gli passiamo di nuovo le cose. “Vuoi altra carne Patrick?”, “ce l’ho già”, risponde lui, uscendo con gesto da prestigiatore la fettina di carne incriminata, fino ad allora scomparsa chissà dove.. e li’ beh, smettere di ridere non é stato più possibile.
Questo per il momento, poi ci sarebbe la prima lezione di filosofia, il bellissimo libro che sto leggendo in francese (cosa che mi sta rendendo difficile pensare e esprimermi in italiano) e ci sarà il concerto cui ci porta Camilla stasera. 
Ma questo, forse, nella prossima puntata..

lunedì 14 febbraio 2011

7


È arrivato Renzo dalla Svizzera. Renzo frequeta il centro praticamente dalla sua apertura, è una specie di veterano qui. Quest’anno ci concede il mese delle sue vacanze di fine semestre, perchè Renzo insegna Greco e latino, è laureato in teologia, esperto di Bibbia, Corano e non violenza e qui al centro si occuperà di fare delle settimane di formazione su questi temi, oltre ad un corso di greco antico. Greco antico a Bujumbura, per I ragazzi dei quartieri nord…
È magro e allampanato, con barba e capelli grigi e incolti che vanno a raggera in tutte le direzioni intorno al viso gentile e a spessi occhiali rossi. Come la maggior parte degli intelligentoni veste malissimo, con corti calzoni e sandali di cuoio che mettono in risalto la bianchezza delle gambe e enormi camicioni: adorabile.
Da quando è arrivato – e gia Hussein me lo aveva pronosticato la sera prima – uno dei computer del bureau è letteralmente sparito sotto una mole impressionante di libri di tutte le taglie e in tutte le lingue, perchè – ovviamente – Renzo legge in italiano, francese, tedesco, greco e latino, ebraico, turco e arabo. Il nuovo testamento in greco con testo a fronte in latino aperto sotto una schermata word in ebraico, la peggiore musica italiana a tutto volume, e Renzo conversa cortesissimo con tutti i giovani che passano di qua, informandosi degli avvenimenti dell’ultimo anno e prestando attenzione a tutti. Come-fa.
Io che qua non riesco nemmeno a concentrarmi abbastanza da pensare ad una soluzione per questa benedetta filosofia.. c’è chi può.
Renzo commenta anche i passi delle letture della messa, il che forse la rende un po’ più istruttiva, mais beaucoup moins amusante.
Stavolta ovviamente è sulla riconciliazione, la pace e la non violenza. dio che ti dice non solo di non uccidere, ma anche di non offendere e ancora di più di non odiare o non incollerirti: non solo l’azione perseguibile dal tribunale degli uomini interessa la relazione con dio, non solo quella è da temere e rifuggire, ma anche quelle che sono le sue eventuali racines nell’intimo della coscienza. Un passo avanti nella consapevolezza rispetto alla pura paura della punizione, ma ancora poco à mon avis. È più forte di me, dio è “troppo comodo”..
un tribunale onniscente, capace di giudicare non solo gli atti ma anche e soprattutto le intenzioni, ma pur sempre un tribunale esterno alla coscienza individuale.. non fare agli altri quanto non vorresti fosse fatto a te, vivere in uno spirito di comunione, rispondere al male con un’azione migliore, fuggire la collera sterile e sviluppare la com-passione.. crescere e migliorarsi, bref.
Non una cosa che devo a dio, non una cosa che devo agli altri, nemmeno. È a me che la devo, in primis, e appunto perché non mi verrà data una seconda chance, non nel tentativo calcolatore e ipocrita di accaparrarmela..
Lo so, semplifico. Ma che bestemmia l’idea di una vita dopo la morte, una perversione che non arrivo proprio a contemplare. Una bella costruzione metaforica, la religione, ma un ennesimo modo di misconoscere la nostra debolezza: riconoscerla e dotarla di senso e scappatoia, nell’ottica religiosa, è tuttuno..
quando l’uomo arriverà ad accettare la propria totale gratuità e mancanza di senso metafisico avremo fatto un bel passo avanti nel rispetto degli altri e del mondo. Amen.

mercoledì 9 febbraio 2011

6 (- 1)

Dopo pranzo Bugarama, sulle « colline » intorno a bujumbura – in realtà montagne : bujumbura stessa é circa a 800m sul livello del mare, quanto le circonda arriva fino ai 2000.
Mezz’ora di macchina basta per cambiare radicalmente paesaggio, aria, atmosfera.
intanto il fatto stesso di uscire, che é sempre un sollievo e un elemento distensivo incredibile : non importa quanto il centro sia bello, io non sono fatta per la routine e per quanto mi concentri sugli aspetti positivi e lo prenda come un allenamento quotidiano, i confini delimitati dalla nostra rete fiorita mi stanno innegabilmente stretti .
Anyway. La strada per bugarama taglia un pezzo dei quartieri per poi avventurarsi in salita in una serie inanellantesi di curve e tornanti che ci spalancano sotto panorami e viste mozzafiato della città e del lago. peccato solo che, essendo la stagione delle piogge, il cielo non sia mai limpido, ma sempre più o meno grigio o bianco, pronto a scaricarti addosso cortine di pioggia e mura d’acqua.
Ma i colori sono comunque incredibili, pazzeschi.. la terra del burundi, piccolo stato dell’africa benedetto dalla povertà del sottosuolo (non oso immaginare che ne sarebbe stato se, oltre a una posizione strategica avesse « goduto » anche di risorse minerarie di una qualche importanza) é rossa, di un rosso quasi abbagliante a confronto del quale le colline senesi impallidiscono e scolorano. La vegetazione é lussureggiante, soprattutto in questo periodo, e ovunque non si siano scavate cave di argilla tutto é verde verdissimo : banani, the a piantagioni infinite – e il the, ho scoperto, somiglia ad un alloro inodore ma di un verde squillante e freschissimo – caffé – un verde decisamente più cupo, alberelli più alti e cilindrici pieni di verdissime bacche – e chissà cos’altro.. uno spettacolo.
La strada, inoltre, é popolata : altro colore ! in salita, camion che bruciano non si sa cosa carichi di macchinari e legna ai quali si attaccano – pazzi ! – biciclette in gruppi di 4/5, con quelli più esterni che sporgono pericolosissimamente ad ogni curva, esposti al traffico in discesa : il legno diventa carbone, impilato a sacchi inframmezzati da fasci di foglie ammonticchiati in precarissimo equilibrio sui pianali, le biciclette ricoperte di caschi di banane fino all’inverosimile e lanciate a velocità folle per la discesa. Poi ci sono i pedoni, in entrambe le direzioni : donne con cesti sulla testa e bambini sulla schiena, vestite coi colori sgargianti dei vestiti tradizionali cosi’ più frequenti nell’interno, bambini, da soli o in gruppi, uomini meno. Di tanto in tanto una costruzione da cui sale del fumo: sono I forni di mattoni impastati con l’argilla, strutture quadrate sotto le quali viene acceso il fuoco di carbone che bruciando piano per giorni li cuoce.
La cosa che più mi aveva colpito, già all’arrivo, é lo spessore, la qualità « estetica » dell’africa, una sensazione che mi assale qui nuovamente con prepotenza.. é come se le cose avessero una dimenzione in più, un altro spessore, una consistenza diversa : tutte le sensazioni sono acuite e moltiplicate, i colori, i suoni, gli odori hanno la meglio sui miei sensi anestetizzati dalla nostra igiene, attutita e pastello.. gli odori soprattutto sono una scoperta : nel nostro tentativo di « evitarli », sterilizzarli, standardizzarli ne abbiamo perso la valenza « conoscitiva » e adesso é come se il mondo riacquistasse un pezzo necessario ma di cui non avevo mai neanche sospettato l’esistenza.. la terra ha odore, gli alberi, le cose, le stoffe, le strade, le sere, la pioggia, gli uomini. ed é semplicemente cosi’ che deve essere. Banale, ancora, ma non ovvio.
Le carote per esempio : le carote crude profumano, e a metri di distanza. Lo scopriamo fermandoci alla fountaine du roi, una sorgente lungo la strada dove pare si fermasse il re qundo si recava nell’interno. In realtà della fontana non ha nulla, sono piccoli rivoli che scendono dalla parete a lato della strada, incanalati ad una certa altezza in scivoli di legno sospesi che li fanno piovere sul pianale di legna e roccia incuneato tra la parete e il cemento della carreggiata e su cui sono disposti, nel modo più bello, infiniti cesti di ortaggi. Come una macchina si avvicina e rallenta i venditori afferrano ciascuno un cesto e partono all’inseguimento, cosicchè, per quando è ferma, la vettura si trova assediata da ogni parte da carote, cavoli, cipolle, spinaci (qui cresce tutto insieme, perenne..). ci facciamo strada con difficoltà nella ressa e lasciamo Ephitace a gestire la cosa, che noi muzungo saremmo capaci di comprare carote al prezzo di perle – non uscendo mai ancora è difficile, per noi, capire il valore d’acquisto dei franchi che abbiamo in tasca. Risalendo in su lario trova comunque il modo di farsi “fregare”, e visto che è un tesoro compra fiori per tutti: la sera al centro abbiamo un centrotavola con rose e strani fiori rossi e bianchi, bellissimo.
Quello che più mi piace qua, credo, è questa stranissima sensazione di “uovo”, di realtà conchiusa e a parte: non c’è niente al di fuori di quanto esiste qua, nulla avviene al di fuori di qui, non c’è un altrove, non ho passato, non ho futuro, non ho termini di paragone.. un’esperienza incredibile, per me.