Dopo pranzo Bugarama, sulle « colline » intorno a bujumbura – in realtà montagne : bujumbura stessa é circa a 800m sul livello del mare, quanto le circonda arriva fino ai 2000.
Mezz’ora di macchina basta per cambiare radicalmente paesaggio, aria, atmosfera.
intanto il fatto stesso di uscire, che é sempre un sollievo e un elemento distensivo incredibile : non importa quanto il centro sia bello, io non sono fatta per la routine e per quanto mi concentri sugli aspetti positivi e lo prenda come un allenamento quotidiano, i confini delimitati dalla nostra rete fiorita mi stanno innegabilmente stretti .
Anyway. La strada per bugarama taglia un pezzo dei quartieri per poi avventurarsi in salita in una serie inanellantesi di curve e tornanti che ci spalancano sotto panorami e viste mozzafiato della città e del lago. peccato solo che, essendo la stagione delle piogge, il cielo non sia mai limpido, ma sempre più o meno grigio o bianco, pronto a scaricarti addosso cortine di pioggia e mura d’acqua.
Ma i colori sono comunque incredibili, pazzeschi.. la terra del burundi, piccolo stato dell’africa benedetto dalla povertà del sottosuolo (non oso immaginare che ne sarebbe stato se, oltre a una posizione strategica avesse « goduto » anche di risorse minerarie di una qualche importanza) é rossa, di un rosso quasi abbagliante a confronto del quale le colline senesi impallidiscono e scolorano. La vegetazione é lussureggiante, soprattutto in questo periodo, e ovunque non si siano scavate cave di argilla tutto é verde verdissimo : banani, the a piantagioni infinite – e il the, ho scoperto, somiglia ad un alloro inodore ma di un verde squillante e freschissimo – caffé – un verde decisamente più cupo, alberelli più alti e cilindrici pieni di verdissime bacche – e chissà cos’altro.. uno spettacolo.
La strada, inoltre, é popolata : altro colore ! in salita, camion che bruciano non si sa cosa carichi di macchinari e legna ai quali si attaccano – pazzi ! – biciclette in gruppi di 4/5, con quelli più esterni che sporgono pericolosissimamente ad ogni curva, esposti al traffico in discesa : il legno diventa carbone, impilato a sacchi inframmezzati da fasci di foglie ammonticchiati in precarissimo equilibrio sui pianali, le biciclette ricoperte di caschi di banane fino all’inverosimile e lanciate a velocità folle per la discesa. Poi ci sono i pedoni, in entrambe le direzioni : donne con cesti sulla testa e bambini sulla schiena, vestite coi colori sgargianti dei vestiti tradizionali cosi’ più frequenti nell’interno, bambini, da soli o in gruppi, uomini meno. Di tanto in tanto una costruzione da cui sale del fumo: sono I forni di mattoni impastati con l’argilla, strutture quadrate sotto le quali viene acceso il fuoco di carbone che bruciando piano per giorni li cuoce.
La cosa che più mi aveva colpito, già all’arrivo, é lo spessore, la qualità « estetica » dell’africa, una sensazione che mi assale qui nuovamente con prepotenza.. é come se le cose avessero una dimenzione in più, un altro spessore, una consistenza diversa : tutte le sensazioni sono acuite e moltiplicate, i colori, i suoni, gli odori hanno la meglio sui miei sensi anestetizzati dalla nostra igiene, attutita e pastello.. gli odori soprattutto sono una scoperta : nel nostro tentativo di « evitarli », sterilizzarli, standardizzarli ne abbiamo perso la valenza « conoscitiva » e adesso é come se il mondo riacquistasse un pezzo necessario ma di cui non avevo mai neanche sospettato l’esistenza.. la terra ha odore, gli alberi, le cose, le stoffe, le strade, le sere, la pioggia, gli uomini. ed é semplicemente cosi’ che deve essere. Banale, ancora, ma non ovvio.
Le carote per esempio : le carote crude profumano, e a metri di distanza. Lo scopriamo fermandoci alla fountaine du roi, una sorgente lungo la strada dove pare si fermasse il re qundo si recava nell’interno. In realtà della fontana non ha nulla, sono piccoli rivoli che scendono dalla parete a lato della strada, incanalati ad una certa altezza in scivoli di legno sospesi che li fanno piovere sul pianale di legna e roccia incuneato tra la parete e il cemento della carreggiata e su cui sono disposti, nel modo più bello, infiniti cesti di ortaggi. Come una macchina si avvicina e rallenta i venditori afferrano ciascuno un cesto e partono all’inseguimento, cosicchè, per quando è ferma, la vettura si trova assediata da ogni parte da carote, cavoli, cipolle, spinaci (qui cresce tutto insieme, perenne..). ci facciamo strada con difficoltà nella ressa e lasciamo Ephitace a gestire la cosa, che noi muzungo saremmo capaci di comprare carote al prezzo di perle – non uscendo mai ancora è difficile, per noi, capire il valore d’acquisto dei franchi che abbiamo in tasca. Risalendo in su lario trova comunque il modo di farsi “fregare”, e visto che è un tesoro compra fiori per tutti: la sera al centro abbiamo un centrotavola con rose e strani fiori rossi e bianchi, bellissimo.
Quello che più mi piace qua, credo, è questa stranissima sensazione di “uovo”, di realtà conchiusa e a parte: non c’è niente al di fuori di quanto esiste qua, nulla avviene al di fuori di qui, non c’è un altrove, non ho passato, non ho futuro, non ho termini di paragone.. un’esperienza incredibile, per me.

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