L’altro pomeriggio non c’era davvero nulla da fare per noi in ufficio e dopo un po’ restare lì senza nemmeno internet stava davvero diventando une sufferance così Lario ha trovato Yves – corso di italiano di Camilla, animatore, è quello che mi ha chiesto cosa fosse la filosofia – e gli ha chiesto se ci portava a fare un giretto qui a Kamenge, a vedere il mercato che è proprio alle spalle del centro e nel quale ancora non eravamo entrati, e magari anche la famosa palestra di karate di cui ci aveva parlato, visto che Lario fa karate ed era curiosissimo di vedere come fosse, qui..
Non esiste una palestra di karate, avremmo dovuto sospettarlo. Qui le uniche attrezzature sportive ad accesso libero le ha il centro.. esiste però la scuola, I cui bambini urlanti sono la sveglia di Lario, ogni mattina alle sette e mezza. Le scuole sono tutte molto simili, qui: edifici a un piano praticamente privi di divisioni interne che si sviluppano in lunghezza intorno a un cortile di terra, con continue finestre sui lati e tetti di lamiera e file e file di banchi di legno, di quelli con la panca attaccata, su cui si stipano classi che faranno minimo una sessantina di studenti ciascuna. Il pomeriggio del meroledì e del venerdì l’edificio più piccolo diventa la palestra di karate, I banchi vengono ammassati in fondo uno sull’altro e nello spazio liberato prendono posto una trentina di ragazzi di tutte le età, ciascuno col proprio “pigiamino” e cintura, tutti insieme dal bianco al verde. Intorno, alle finestre aperte, una folla di curiosi di tutte le età, bambini che cercano di imitare I movimenti che hanno spiato chissà quante volte, giovani e meno giovani che forse non possono permettersi di pagare il corso e noi, I soliti due muzungo, che saltiamo all’occhio come due fanali la notte. Che spettacolo. Lario mi dice che mancano di tecnica e un po’ me ne rendo conto anche da sola – chissà che giri ha fatto il karate per arrivare a Bujumbura??? – ma nel sole del pomeriggio di Kamenge, con le attività del mercato alle spalle, questa baracca letteralmente assediata che delimita lo spazio dei segreti di una disciplina che è quanto di più lontano si possa pensare dagli usi e costumi locali è un assurdo che riempie di meraviglia.. mi ricorda quando in Siria, accoccolata su un muretto in una distesa infinita di rovine ascoltavo l’ultimo successo di shakira uscire da un buco che intuivo l’ingresso di una abitazione ancora in uso..
Dentro la scuola, il maestro fa vedere le sequenze che tutti provano, secondo il proprio livello, a ripetere, in una coreografia di movimenti simultanei quasi ipnotica. Il pavimento è di terra e le divise dei ragazzi sono tutto tranne che bianche: sudore, terra e macchie ormai indelebili su fondo marrone-grigio. Gli strappi non sono infrequenti. Eppure tutti hanno la loro, con la loro cintura in vita e lo sguardo attento a seguire le istruzioni che gli vengono impartite; mi chiedo come facciano a concentrarsi con tutto qul pubblico, io mi sentirei terribilmente in imbarazzo. Lo chiedo a Yves, che quel giorno ha deciso di non allenarsi e farci da baby sitter, e lui mi dice che no, anzi, li aiuta a dare il meglio di sè, il che mi fa pensare che debbano essere piuttosto competitivi. Ci stacchiamo a malincuore dalle finestre e andiamo a fare un giro al mercato, noi l’abbiamo sempre visto da fuori, si intuisce che sono piccole baracche addossate le une alle altre, ma in effetti dalla strada è così fitto che non si capisce davvero di che si tratti e cosa possa esserci in mezzo.. prima, ci hanno spiegato, il mercato era molto più bello e grande, ma durante la Guerra gli edifici sono stati saccheggiati e distrutti e I materiali rivenduti, un po’ per spregio - come è il caso dell’edificio di mattoni quasi sulla strada, uno scheletro ormai privo di tetto I cui infissi sono stati sradicati, che era la sede del partito hutu che aveva vinto le elezioni da cui poi si scatenò la Guerra - altri per puro interesse, ed è il caso delle strutture vere e proprie del mercato, le cui lamiere pare siano state rubate proprio da quelli stessi che si occupavano della sicurezza notturna del centro..
Facendoci strada negli anfratti tra una baracca e l’altra Yves ci invita a entrare nel mercato e ciò che troviamo è, come al solito, molto diverso da quello che mi sarei attesa.
Il mercato è enorme, sembra più piccolo solo a causa del modo in cui ogni cm di spazio è stato sfruttato, ed è interamente costituito di strutture coperte, alcune più grandi come quelle che vendono vestiti e saponi, che sembrano quasi dei piccoli negozi, e altre meno, più simili ai banchi di un mercato, tutte uguali e in legno, su cui sono In mostra carni, pesce, verdure. Per terra cemento e canaletti di scolo che dividono ciascun sentiero. Si trova di tutto, dai jeans, alle scarpe, alle camice, al pesce, alla carne, ai saponi e detersivi per la casa, le bacinelle, gli oggetti per la cucina, le ruote di bicicletta, la frutta, I legumi (strani fagioli mai visti e riso, soprattutto). I vestiti sono evidentemente di seconda mano, il materiale scolastico somiglia da vicino a quello che il centro distribuisce ai ragazzi delle scuole dei quartieri e la gente che si può incontrare in quel dedalo è tantissima. Eppure tutto è ordinato, tutto è pulito. Le camicie e le t-shirt sono appese con garbo seondo taglie e colore e sono immancabilmente pulite e stirate, I fagioli riempiono bellissime ceste disposte in modo digradante davanti alle donne che li vendono, sedute coi bimbi in braccio, le scarpe sono tutte messe In mostra e divise per tipo, I pesciolini secchi formano piccole piramidi (piene di mosche), per terra è pulito.. non c’è nulla che sia semplicemente buttato lì e tutto è curato e disposto per invitare all’acquisto: Montreuil, come diversi altri mercati parigini o londinesi in cui ho fatto acquisti, a confronto è un cesso. Ed è vero che, per quanto poveri, qui sono quasi sempre puliti e curati, tanto che viene da chiedersi come facciano..
La cosa che più mi frustra in questi casi è non poter fotografare ogni angolo come vorrei, che è forse poi ciò che mi spinge a cercare le parole, mai sufficentemente precise però..
Tornando ci siamo nuovamente fermati a guardare la lezione di karate, con Lario che comparava questo stile al suo. A lezione finita Yves ci invita a parlare con in maestro, una persona squisita, pare.. ci facciamo strada dietro di lui tra I mille curiosi che affollano l’ingresso (curiosità divisa tra noi e il karate) ed entriamo nella “palestra”, dove I rgazzi lasciati a loro stessi hanno cominciato a simulare combattimenti.. les enfants, dico io ridendo a Yves mentre stiamo per entrare.
Se non fosse che quando finalmente entriamo e Lario si avvia tutto contento dal maestro per dirgli le sue impressioni la situazione è un po’ mutata e io mi ritrovo unica donna e per di più Bianca in mezzo a una trentina di “enfants” mezzi nudi che si cambiano.. in un momento il maestro da la mano a lario ed è prima senza pantaloni, poi coi pataloni ma senza maglietta, io mi giro di scatto per evitare di metterlo in imbarazzo e mi ritrovo davanti tutti gli altri più o meno nella stessa situazione, finchè non mi giro decisamente contro l’unico muro vuoto, intenta a contemplare le mosche.. che ridere! Probabilmente, penso poi, qui l’unica in imbarazzo sono io.. Lario, preso com’era dal karate, si è perso la scena, ma è stata da morire!
in ogni caso, credo di aver visto più adominali addosso a uno solo di quei ragazzi che in tutto il resto della mia vita: razza superiore, non c’è che dire.




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