lunedì 18 aprile 2011

Rumonge


Sveglia la mattina alle otto per scoprire che Guillaume, nonostante gli fosse stato detto più volte di non farlo, s’è fottuto la macchina che ci serviva per la nostra gita e ha spento il telefono. Les enfants gatés du centre, fanculo.
Fortunatamente per le 10 riusciamo a recuperarla e partire e ci avventuriamo nel sud, sulla strada che costeggia il lago. Attraversiamo la periferia sud di Bujumbura – tutto un altro mondo rispetto ai quartieri nord (“le case dei padroni tutsi”, mi dice Huss) e alcuni villaggi o agglomerati di case. Ma soprattutto ci troviamo stretti tra le colline verdissime di banani, acacie e non so quante varietà di piante rigogliose e diverse e l’azzurro grigio del lago, con le spiaggette punteggiate di palme, le insenature e le penisole.. non ci sono parole per dire il verde di questi posti. Casette di fango o mattoni, alcune giusto una stanza, altre più grandi e complesse, si arrampicano a livelli sulla costa delle colline, vicino ai torrenti che scendono a lago. 
Qua e là piccoli agglomerati in bilico sulla riva, sotto i banani, ci fanno pensare che non sarebbe per nulla un brutto investimento: un 4x4 scassato – sufficientemente in forma per affrontare la strada, non troppo bello da suscitare eccessive invidie – un’amaca, un costume…
Rumonge, oltre ad essere – scopriamo oggi – un focolaio di colera, è una cittadina con un mercato e chiese affollatissime (la domenica delle palme), vicino alla quale sono spuntati un paio di magnifici resort che sfruttano la qualità dell’acqua – decisamente più pulita lontano dalla capitale. Ci portano al Bluebay, posto di sogno.. una spiaggia gialla con un pontile, qualche riparo di rametti con sotto tavoli, sedie e sdraio in bamboo, alberi di papaya, palme e bellissime piante a foglie tonde che creano dei ripari naturali contro il sole. Alle spalle di tutto questo, immersi in una vegetazione iperlussureggiante, i bungalow e le strutture dell’albergo, con i tetti di rami e enormi vetrate sul lago. Il tutto, incredibilmente, per niente kitsch e non “annaffiato” di musica. Pare che sia molto caro, ma un paio di notti prima di partire…!
Incredibilmente il tempo ci assiste, e dopo non so quanto ci godiamo un’intera giornata senza pioggia. La passiamo a fare il bagno, provare a leggere (cosa non facile in questo paese: mai visto un burundese con in mano un romanzo), dormicchiare, bruciacchiarsi, ridere e mangiare brochette de capitaine (il  lago Tanganika ospita specie di pesci presenti esclusivamente qui): uno spettacolo..
Sulla via del ritorno scopriamo che come esistono barriere tra i quartieri nord e il centro città che impediscono ai mototaxi di passare, ne esistono anche tra la città e la provincia, che impediscono a tutti di entrare dopo le cinque e mezza. Sicurezza, dicono..Merda. La strada è una sequela di voragini e pozze di fango, intervallate da altissimi dossi di rallentamento e René (24 anni per non più di 50 kg e un simpatico passato di bandito) segue le curve alla bellezza di 140 km all’ora, una velocità proibita anche nelle nostre autostrade. Intanto cambia stazione radio, inchioda, sorpassa, beve birra e telefona.
Seduta dietro tra Huss che benedice la sua cintura (l’unica che si chiuda) e Lario che sacramenta, mi vedo già passare in volata la testa di Inno per catapultarmi sul cofano delle camionette che arrivano in direzione opposta.
Penso che sarà un bandito di Kamenge a farci fuori alla fine, ma non con un fucile: con una Toyota..

Innocent

Una massa di capelli impossibile, perfetti cavatappi di una decina di mm di diametro a formare uno spessore elastico, profondo un 3-4 cm, nel quale mi è impossibile astenermi dall’affondare le mani, ogni volta che mi capita a tiro.
Più discreto e composto di Huss, Inno ti osserva di sottecchi per decidere quando intervenire con la sua ironia, le sue punzecchiature e il suo sorriso bianchissimo che arriva fino agli occhi, illuminandolo tutto. Inno profuma sempre. Quando è stanco e gli occhi gli fanno male sta come il cucciolo che è a prendersi le carezze sulla fronte, quando mi vede spalanca le braccia nel più accogliente degli abbracci, salvo poi farmi il solletico un secondo dopo.. Dice che qui le mamme non ti carezzano: chi conosce la mia sa quanto mi suoni assurdo. Come due fratelli, impossibile pensarne uno senza l’altro, Huss e Inno sono i pilastri del bureau, una presenza costante e una delle ragioni principali per cui tornerò in Burundi.
Ieri sera guardavamo “the promise” sulla fondazione e l’attualità dello stato di Israele e, come sempre quando vedo Guerra, ho pensato a quanto inconcepibile mi è che ci siano passati in mezzo. La morte, quella degli altri, è un pensiero assurdo. Mi dice che non si poteva uscire: i ribelli non avevano divisa, perciò ogni civile era un ribelle e ogni incontro con i soldati una morte certa. Mi dice di autobus interi massacrati, di una scuola al completo che si voleva uccidere, se Claudio non fosse riuscito (chissà come?) a chiuderli nel centro; mi racconta che quando sparavano lui aveva una paura tremenda, il cuore gli batteva fortissimo e qualcuno doveva sempre tenerlo strettissimo – “tenerlo per il cuore”, dice lui – che altrimenti, pensava, sarebbe morto di paura.
Gli israeliani massacrano arabi innocenti e Inno parla e racconta. E io mi aggrappo alla sua mano, al fatto che è passata, che è accanto a me sano e salvo.
Me le raccontano spesso di queste cose, a pezzetti e raramente con i riferimenti più personali e più dolorosi, ma restano sempre, semplicemente, inconcepibili.

domenica 3 aprile 2011

tsunami

Qualche settimana fa Lario, nel disperato tentativo di creare un qualche tipo di dibattito a italien parlé – per l’appunto – aveva chiesto che scrivessero delle frasi sulle proprie paure. Yves se n’è uscito con qualcosa che somigliava a: “ho paura che quello che sta succedendo in Giappone succeda anche qui nel mio paese”. Ora, se pensi all’Africa, devi zoommare parecchio sull’interno per trovare il minuscolo Burundi: io e Lario ci immaginiamo immediatamente il Lac Tanganika svuotarsi di una sola, enorme ondata sulla città di Bujumbura – non potrebbe fare peggio della pioggia, in ogni caso. Divertiti da questa visione di tsunami lacustre prendiamo a punzecchiare Yves, che ci spiega: no, non lo tsunami, il terremoto.. Quando a tavola raccontiamo la cosa ridendo ci fanno presente che il Burundi è zona sismica. Davvero? Davvero.
6:30 di mattina e mi rivedo Yves con la sua postura da scolaretto, il gesso nella destra e la sinistra ordinatamente poggiata dietro la schiena, che scrive in bella grafia la sua frase sgrammaticata alla lavagna.
6:30 e mi torna davanti agli occhi anche un’altra cosa, una foto che conosco bene per averla infilata in 200 esemplari in altrettante buste: ritrae la spiaggia ocra del Lac Tanganika punteggiata per centinaia di metri del riflesso argenteo di migliaia di pesci morti spiaggiati, sotto un cielo basso tra il grigio e l’azzurro; una foto bellissima, ma che fino a stamattina non avevo capito.
6:30 e nello spazio di qualche secondo il mio letto oscilla più volte da sinistra a destra, le pareti tremano e I vetri delle finestre avec. Tendo l’orecchio verso il silenzio improvviso e inusuale che accompagna l’onda fuori dalla mia finestra, a captare la reazione dei locali, in base alla quale saprò come contenermi. Ma I bambini non gridano e le chiacchiere riprendono con lo stasso tono di prima, allora riabbandono la testa sul cuscino, cambio posizione e riprendo il mio sonno. Non prima, però, di aver messo insieme le due immagini, cosa che mi permette, finalmente, di dare un senso alla seconda: il Burundi è zona sismica, I pesci le vittime del suo tsunami.