lunedì 26 settembre 2011

all'indietro

Ho ritrovato qualcosa che avevo scritto durante i campi, prima del post di ricapitolazione finale che vi ho già proposto.
Fa un po' strano perché è "passato", ma ho pensato comunque di metterlo, visto che spiega la routine estiva con maggiore precisione e ordine. 
Buona lettura!


Mentre sono qui a letto causa asma, mi rendo conto che potrei cogliere l’occasione per aggiornare finalmente burundiful e raccontare un po’ di quello che è successo e succede. Difficile.
Da quando sono tornata le cose non fanno che succedere, gli impegni si moltiplicano e il tempo per rifletterci e inquadrarli manca, manca, manca. Ma non ci si annoia, questo è certo..
Direi che forse la prima cosa da dire è che ormai sono l’unico casco bianco in  servizio civile al centro, riportando la regola nell’antica tradizine che voleva solo ragazze. Lario, dopo la permanenza americana e il rientro di stefania, ha deciso che voleva che “il resto della sua vita” cominciasse il prima possible e adesso vive con lei nella parte bassa della casa dei suoi, coltivando i suoi sogni di pollaio e saponi, gli auguro.
Lì per lì è stato un piccolo colpo, non tanto per la cosa in sè, che on era per nulla inaspettata, quanto per le modalità: evado finalmente dopo una settimana di fuoco in cui faccio fronte agli arretrati, mi giostro col lavoro quotidiano che prima eravamo in tre a fare e mi sobbarco environnement di Camilla e italiano avanzato di lario e quando finalmente arrivo alla laurea di Clovis, ecco che Claudio mi chiama incazzato nero. Che diavolo vuole ancora, penso. Presto detto: “perchè non me l’hai detto?”, “cosa?”, “di lario!”… “di lario cosa???”
Saperlo da Claudio che l’ha saputo da una lettera della caritas, avendo parlato con lario due giorni prima per telefono, prima mi preoccupa, poi, sinceramente, mi fa incazzare. Poi mi delude, e nello spazio di un paio di giorni sono pronta per andare avanti, mi rendo conto che per quanto mi dispiaccia non poter condividere i prossimi mesi con lui, non sono sola e in realtà già da un po’ stavo imparando a cavamela per conto mio. Peccato pero’: mi mancherà.
Il lavoro ha ritmi serrati, riesco comunque a inserirci un aperitivo (cui porto Yves) per il 2 giugno, e vengo così per la prima volta in contatto con l’Italia in Burundi: giovani inseriti in tutte le organizzazioni internazionali, ong, altre due ragazze in servizio civile con cisv.. tutto questo attraverso una ragazza che lavora per LVIA e che è amica di un’amica di un amico di Guido, e che ho incontrato per caso in s. ambrogio..!! mi ha fatto avere la sua mail, ci siamo scritte, mi ha invitata. Assurdo e molto carino.
L’aperitivo è tranquillo e finisce presto perchè in periodo estivo i tagli di corrente si fanno frequentissimi e già alle 22 siamo al buio, nonostante il quartiere dove abitano sia molto più “in” dei nostri. Ma intanto ho incrociato qualcuno.. le due ragazze in servizio civile, per esempio, che, godendo di una libertà di movimento molto maggiore della mia, sono passate un paio di volte al centro. L’ultima, questa domenica.
Chiacchierando è emerso che hanno organizzato un viaggio di 8 giorni in Tanzania con degli amici, partono il 31 luglio.. il terzo campo di lavoro – l’ultimo cui prendo parte, come responsabile, dopo averne fatti due come animatrice – finisce il 30.
Ieri ho parlato con Claudio e gli ho estorto il permesso: se non ci sono problemi di visa, vado in Tanzania a giro per i parchi, con altre 7 persone che non conosco. Sarà una sfacchinata in pochissimo tempo, ma sono felicissima.
Poi ci sono i campi, e capisco perchè tutti gli altri venuti qui per un anno fossero passati prima da lì.. è una super esperienza, un modo in effetti incredibile per cominciare ad avere rapporti con l’africa. Il centro lo si vive come una specie di colonia, pieno di volontari dall’europa con cui nel tempo libero si organizzano gite e scampagnate, con un lavoro massacrante e intenso ma che si arresta alle 16h30 e ti lascia libero, dopo, di andare praticamente dove vuoi, un Claudio più che permissivo.. una pacchia insomma. Una pacchia in cui ti spacchi la schiena, ma una pacchia. Soprattutto se sei alla prima esperienza e riesci a limitarti a essere campeur e non animatore, che là cominciano un po’ le noie, l’obbligo di fare il cane da guardia, il controllore, il responsabile della tua equipe, motivandola quando non ha voglia di lavorare, organizzandone il lavoro, controllando il rispetto delle regole e dei tempi, provvedendo agli stimoli.. faticoso, faticoso e noioso per quanto mi riguarda. Non mi piace per un cazzo fare il chien berger, non mi piace scontrarmi con la pigrizia di alcuni, la maleducazione, l’apatia.
Ma non c’è solo questo, evidentemente.. ci sono i quartieri, in cui passi mattinate intensissime di lavoro duro davvero, e ti rendi conto di come per molti sia la norma, di come ci siano cresciuti dentro. Ragazzini gracili di appena sedici anni che trasportano bidoni d’acqua pesantissimi, saltano nelle buche e spalano per un’ora, si spaccano la schiena a prender acqua in pozzi profondi due metri, o nei canali di scolo, quando la mia unica preoccupazione diventa quella di non vomitare. La mattinata comincia alle 7 in punto, ci si ritrova nel campo da tennis dove ci attendono le stuoie con il nome di ogni equipe (per questo secondo campo sono 23). Noi animatori ci dirigiamo sulla nostra e aspettiamo l’ingresso dei campeur, che vengono a sedervisi. Poi la lettura del pensiero della giornata (è Renzo che se ne occupa, tornato qua per l’estate con la moglie Maria Pia), poi la canzone tutti insieme, con Clovis che canta e Hervè che suona, poi tutti colazione (un thè zuccheratissimo in bicchieri di latta e un panino orrido a testa) e poi c’est parti. Tutti a cercare il materiale: Quattro cariole cariche di pale, piccozze, secchi, bidoni, forme per i mattoni.. e poi via verso la parcelle sulla quale faremo i mattoni.
L’obiettivo sono 2500 mattoni per parcelle, quanto basta per una casetta con tre stanze. I beneficiari sono famigle indigenti, la cui parcelle è stata giudicata atta in precedenza (acqua non troppo lontana e spazio sufficiente per fare i mattoni).
Di solito le ragazze si occupano di procurare l’acqua mentre i ragazzi preparano la terra con cui poi sarà fatto il fango. Non è banale come sembra: la terra deve essere dissodata bene prima di mescolarvi l’acqua, che quindi è incanalata in punti ben precisi della montagna e amalgamata poco a poco con la vanga; infine, il fango va pestato e lavorato con i piedi perché sia pronto, un po’ come un’antica vendemmia, solo che quello che si ottiene non è succo d’uva, ma una poltiglia più o meno pesante, più o meno argillosa, sabbiosa, puzzolente che, una volta traspotata sul luogo dalle cariole, finirà in stampi di circa 30cm per 10, si cuocerà al sole, sarà impilata a formare una casa.
Il fango è pieno di detriti e spazzatura, tutto quello che si puo’ trovare nella terra di un paese che non ha la raccolta dei rifiuti e in quartieri che hanno subito 15 anni di guerra: residui di fondamenta di vecchie case emergono alla seconda giornata di scavo obbligandoti a cambiare zona, vetri e cocci, pattume vario, ossa (animali, animali, animali. Spero..).
Ma il fango è il risultato del lavoro di un sacco di gente, c’è dentro l’acqua che abbiamo faticato a prendere, sollevare, trasportare: il mio mal di schiena, bref, e quello di molti altri; c’è dentro la terra per scavare la quale mi sono ridotta le mani a uno schifo, e non solo io.
E’ fatica e lavoro, e sarà casa: mi chiedo cosa ci sia di più nobile e rispettabile.
Verso le 11:30 – dipende da quanto dista la parcelle dal centro – si smette il lavoro e si lava il materiale, si controlla che ci sia tutto, si fa un ultimo appello, e “tuende ku centre”, andiamo al centro, direzione doccie.
Tutti hanno diritto a lavarsi, ricevono un asciugamano pulito e un secchio d’acqua per 2/3 persone, a seconda della disponibilità concessaci dalla REGIDESO (è capitato anche che non ci fosse acqua per tutti e che in diversi dovessero restare sudici e fangosi..), e una spalettata di crema (in realtà: vaselina, qui utilizzata indistintamente da uomini e donne per mantenere la pelle splendida che si ritovano: i burundesi sono molto puliti e hanno una gran cura dell’ordine della propria persona, e vanno in crisi davanti ai miei capelli che partono in ogni direzione..).
Finita la doccia ci si ricerca coi membri della propria equipe e quando si è tutti (cioé quando si è aspettato le ragazze che perdono tempo a truccarsi, si sono recuperati i ragazzi che erano finiti chissà dove, si è minacciato quello che voleva uscire e fare un salto a casa...) si scende verso la casa, dove uno dei responsabili attende davanti a una distesa infinita di grossi piatti in metallo pieni di riso e fagioli, a volte ingentiliti da carote, piselli, patate, un uovo, o carne una volta a campo.
Il responsabile prende la fiche d’appel dell’equipe, conta o fa l’appello dei presenti e da il via libera a che si prenda i piatti. Vista dalla parte dei responsabili - lo dico sapendo di che parlo – un inferno. Significa riprendere gli animatori, scoprire che anche se ti hanno detto che ci sono tutti in realtà gli mancano 2 campeur e non hanno la più pallida idea di dove sono, significa urlare contro i ragazzi che si gettano sui piatti come un’orda di vandali, significa punire quelli che sempre cercano di fare i furbi, significa avere mille occhi e non più voce.
Il pranzo si svolge nel terreno da tennis, dove di nuovo sono state sistemate le stuoie con i nomi delle equipe, che mangiano tutte insieme. Spesso i ragazzi o gli animatori comprano degli avocado, delle banane o delle ottime cipolle che, fatte a fettine e mescolate col dado per il brodo rendono il tutto molto più appetibile.
Finito il pranzo un paio di membri dell’equipe (normalmente ragazze) lavano i piatti mentre gli altri (se il tutto si é svolto nei tempi) si riposano un po’, prima della formazione (altro appello) che comincia alle 14:30 e prosegue fino alle 16:30. Che sia in kirundi o in francese, la formazione è la parte che mi mette più alla prova: spesso si muore di caldo, in 250 stipati in una sala, e la tentazione di addormentarsi è fortissima, la montagna di fagioli richiede tutta l’attenzione del mio apparato digerente, che diserta, i contenuti li conosco ormai a memoria... per non parlare del gioco sull’environnement, che è quello che gestisco io, in cui oltre alla noia si aggiunge lo stress di dover far si che tutto si svolga bene e nei tempi, con i gruppi che transitano da un posto all’altro, da un gioco all’altro, con un casino impressionante..
Alle 16:30, finalmente, fine. Un giorno si e uno no c’è riunione degli animatori e si ripetono all’infinito le solite cose e i soliti consigli: inutile andare a cercare da mangiare se l’equipe non è al completo, non si puo’ lasciare che i ragazzi rimangano 2 ore in doccia, bisogna rientrare al centro masimo per le 12:15 altrimenti si accumulano ritardi e è un casino, gli animatori sono l’esempio dell’equipe, non il capo, e come tali devono lavorare, non guardare......
Poi se ho ancora le forze magari un giretto per i quartieri, altrimenti di solito muoio a letto fino a cena. Poi di nuovo ufficio perchè ci sono anche le necessità di sempre, i comunicati stampa, le lettere da scrivere, i manifesti da fare..
E via cosi’ per 12 giorni.
Poi una domenica di pace, un lunedi’ mattina di lavoro ordinario, la riunione degli animatori, e un altro campo che comincia già martedi’...

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